Lunedì mattina, ore 6:47, aeroporto di Dallas–Fort Worth. Ero in divisa azzurra da reparto, con un collare cervicale bianco e quel genere di panico silenzioso che non puoi permetterti di far vedere.
Lunedì mattina, al Dallas–Fort Worth International Airport, l’aria di solito vibra di quell’energia sterile e nervosa fatta di caffè, trolley e partenze. Ma per Sabrina Mitchell, nel Terminal A, tutto sembrava diverso: l’atmosfera era densa, pesante, come il silenzio che precede un uragano. Era seduta al Gate A47, con la schiena premuta contro la plastica … Read more